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Intervento: "...dare il via a un salto di qualità!" PDF Stampa E-mail
Scritto da Mattia Tagliaferri   
Martedì 12 Novembre 2013 00:55

Care compagne, cari compagni,

innanzitutto vi saluto a nome dell'Ufficio presidenziale e vi ringrazio per essere giunti in buon numero a un evento così importante per i comunisti in Ticino. Questo nostro XXII Congresso è infatti un momento differente rispetto a quelli che abbiamo vissuto in passato - anche se in perfetta continuità con le tesi su cui ci siamo confrontati due anni fa - in quanto abbiamo per la prima volta dopo più di vent'anni la possibilità di dare il via a un salto di qualità che ci potrebbe permettere, come ben chiaro nello slogan di questo evento, di consolidarci a tal punto da essere l'alternativa a un sistema economico e politico che, ormai, crea sempre più imbarazzo. L'ultima volta che ci siamo visti in questo consesso abbiamo giusto potuto gettare le basi per questo salto di qualità, basi che in questi ultimi due anni si sono certo rafforzate, ma - non dobbiamo e non possiamo nascondercelo - hanno comunque mostrato delle lacune che oggi dobbiamo capire come colmare, per poterle superare e quindi proseguire con la crescita del Partito.

Prima di fare un breve punto della situazione internazionale - che ci possa permettere di inserire in un contesto più ampio le vicende svizzere, ticinesi e quindi anche quelle del nostro Partito -  lasciatemi salutare i numerosi ospiti, che con la loro presenza onorano il nostro Congresso. Compagne e compagni, sono qui con noi oggi ospiti ticinesi e non, che arrivano da vari paesi, e che - se sommati alle varie lettere di saluti e di auguri che ci sono giunte in questi giorni - vanno a coprire quasi tutti i continenti. Approfitto quindi per ringraziare le delegazioni presenti oggi a Bellinzona, la cui presenza deve farci capire che - nonostante le molte difficoltà - il Partito Comunista sta portando avanti un progetto politico serio e stimato anche fuori dai nostri confini.

Un saluto va fatto pure ai giornalisti in sala, credo mai così numerosi a un nostro congresso. I giornalisti sono una categoria particolare, di cui abbiamo grande bisogno per comunicare con l'esterno. Capita però di maledirli: perché non c'erano; perché ci hanno messo in cattiva luce, minimizzando il nostro operato; alla RSI abbiamo fatto pure un ricorso dopo l'ultimo congresso, in quanto non si erano nemmeno fatti vedere; in tempi recentissimi, durante la battaglia referendaria contro la Casa del Cinema di Locarno, LaRegione mi ha fatto diventare matto con la sua faziosità. Va però riconosciuto quando qualcuno fa qualcosa di buono, quindi faccio un ringraziamento pure ai giornalisti presenti.

Pochi secondi fa preannunciavo la necessità di una contestualizzazione del panorama economico e geopolitico internazionale. Un esercizio fondamentale per un comunista, utile non tanto per farsi delle seghe mentali - qualcuno lo ha pensato, criticando ad esempio l'eccessiva presenza di queste analisi su Politica Nuova - ma piuttosto perché è marxianamente l'unico modo per capire gli sviluppi economici, e di conseguenza politici e sociali, che si declinano poi, con sfumature differenti, nelle varie regioni del mondo, tra cui anche la nostra. È  solo l'analisi attenta che può permetterci di non farci strumentalizzare dai grandi media occidentali, alle volte megafoni di questo o quel potere, altre volte un po' ignoranti perché vittime di un giornalismo che non ha più il tempo di riflettere e far riflettere. Quel che vediamo alla tv e leggiamo sui giornali ci induce a credere che il nocciolo della crisi odierna siano l'euro e l'Europa, dimenticando  però che il centro nevralgico del sistema economico internazionale sono gli Stati Uniti, da cui la crisi è tra l'altro partita. Il fallimento di Lehamn Brothers nel 2007 sembra oggi qualcosa di molto lontano, ma è stata la prima evidente manifestazione di un sistema in sgretolamento. L'occhio del ciclone sono quindi gli Stati Uniti, i quali - dal 1971 via, con la rottura degli accordi Bretton Woods - hanno vissuto facendo la spesa in giro per il mondo e pagando con una moneta - il dollaro - che fondamentalmente vale la carta sulla quale è stata stampata, niente di meno e niente di più. Da una quarantina d'anni il mondo è assoggettato alle necessità di un gruppo di falsari, che inondano di dollari gli atri paesi, prendendosi merci e materie prime di valore. Purtroppo niente di cui stupirsi: è l'imperialismo dei giorni nostri, il quale vede la finanza e più in generale il capitale fittizio come uno dei suoi elementi preponderanti.

Questo sistema è figlio dei rapporti di forza nati dalla fine della seconda Guerra Mondiale, quando gli Stati Uniti poterono cominciare il grande processo di internazionalizzazione del dollaro attraverso il piano Marshall. Il crollo dell'Unione Sovietica ha poi permesso una nuova fase dell'americanizzazione del mondo e con essa una nuova espansione del capitale a stelle e strisce. Quello che abbiamo vissuto sino ad oggi è un sistema basato certamente sull'egemonia culturale, ma che non ha disdegnato un uso massiccio della violenza, contro quei popoli che hanno tentato di ribellarsi a delle regole tanto inique. Pensiamo all'America Latina, dove più volte sono nate esperienze volte a superare l'assoggettamento alle regole dell'imperialismo USA, contro le quali sempre sono state messe in atto pesanti reazioni: l'embargo economico ai danni di Cuba; il golpe fascista contro il Cile di Allende; quello fallito ai danni di Chavez in Venezuela; sino al recentissimo colpo di stato in Honduras, contro il presidente liberale Zelaya. Non solo l'America Latina ha però subito la brutalità di Washington. Pensiamo al Burkina Faso,  al Congo, al Vietnam, alla Corea, alla Jugoslavia, all'Iraq, alla Libia. Non proseguo con l'elenco perché il tempo a mia disposizione non sarebbe sufficiente. Le necessità economiche e geopolitiche dell'imperialismo occidentale hanno infatti creato, negli ultimi settant'anni, più vittime che alleati, i quali sono spesso fidati e pilotati servi.

Questa lunghissima crisi, essendo proprio la crisi dello strapotere statunitense e del sistema economico-monetario incentrato sul dollaro, sta però facendo venire a galla molte contraddizioni, e aprendo di conseguenza degli scenari nuovi. La perdita di centralità degli USA nell'economia e negli scambi commerciali internazionali è ben evidenziata dal fatto che nel 2009 la Cina è diventato il primo paese al mondo in termini di produzione industriale; i BRICS sono in crescita continua; il regime sud coreano che, nonostante abbia un esercito che risponde ufficialmente a Washington, ha deciso nel 2012 di allargare le proprie riserve di renminbi a scapito quindi dell’incameramento di nuovi dollari e relativi titoli di debito; Cina, Russia e Iran hanno firmato un accordo, il 6 settembre 2012, che prevede una compravendita di petrolio in renminbi tra questi paesi: è la prima volta che il dollaro viene escluso quale protagonista per questo tipo di transazioni. La conseguenza è che il ruolo del dollaro quale valuta internazionale di riferimento sta venendo messo in discussione.

Questa ridiscussione dei rapporti di forza internazionali che sta rodendo il primato occidentale, non può che avere delle ripercussioni, tanto all'interno della conformazione dei poteri forti nei singoli paesi occidentali quanto nei rapporti interni al blocco imperialista. L'alleanza tra l'Europa e gli USA è sempre più traballante, come hanno ben messo in evidenza il recente scandalo del Datagate e l'isolamento degli Stati Uniti nel tentativo di attaccare militarmente la Siria.

Tra le molte considerazioni espresse nelle tesi congressuali, emerge un progressivo venir meno del ruolo dell'aristocrazia operaia, conseguenza diretta della crisi dell'Occidente, e quindi anche parte delle conquiste sociali ottenute nei decenni passati. Pure per le classi dirigenti del centro imperialista la torta diventa più piccola. Di fronte alla possibilità di ridurre la trippa da spartirsi o all'alternativa di eliminare dalla tavola qualche commensale, la più quotata sembrerebbe essere proprio questa seconda opzione. Vediamo quindi che la contestualizzazione della crisi economica ci permette di andare a individuare una tendenziale riorganizzazione del potere all'interno dei singoli paesi occidentali, cosa che le notizie di attualità recente ci confermano. Pensiamo ad esempio a un paese come la vicina Italia, in cui - non me ne vogliano male le compagne e i compagni italiani presenti - la dinamica di riassestamento è più rumorosa e vistosa, e ci permette quindi di osservare certe dinamiche con un po' più di facilità. Sembrerebbe infatti essersi concluso il cosiddetto ventennio berlusconiano, ma non certo perché la popolazione ha così deciso alle elezioni, dove - anzi - proprio il PdL ha ottenuto dei risultati impensabili dopo tutti gli scandali che hanno investito Silvio Berlusconi. Quel governo di centrodestra cadde perché una parte dell'elité decise che al tavolo non c'era più posto per lui. Gli venne tolta prima la principale stampella di sostegno - la Lega Nord - e poi una grossa fetta d'appoggio all'interno del suo stesso Partito, a partire dal suo delfino, Angelino Alfano. Berlusconi si è così trovato costretto ad accettare prima il Governo Monti e poi il Governo Letta, tutti esecutivi non tanto voluti dai risultati delle urne quanto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Buona parte del potere si è così concentrato nelle mani presidenziali, nonostante la costituzione italiana preveda un altro tipo di democrazia. Dietro a Napolitano vi sono però tutta una serie di personaggi e di aree politiche - trasversali alla classica composizione partitica - che formano di fatto una sorta di Partito dello Stato, il quale racchiude pezzi delle principali organizzazioni politiche.

Qualcosa di analogo sta avvenendo pure in Ticino, anche se in maniera meno evidente. Il nostro è infatti un sistema di governo proporzionale e non maggioritario, storicamente modellato sul consociativismo e quindi ha una trasversalità partitica ben più spinta di quella di cui parlavo un momento fa in riferimento all'Italia. Il punto è però che pure da noi alcuni assetti della gerarchia politica e partitica stanno mutando. Non mi riferisco solamente al fatto che la Lega dei Ticinesi sia diventato il primo partito nel governo cantonale e nel Municipio di Lugano; certamente due elementi di assoluta importanza nello stravolgimento del panorama politico ticinese, ma che rappresentano unicamente gli aspetti più evidenti delle nuove alleanze che si stanno formando tra alcune aree dei partiti di governo. Nella stessa Lega vi è una corrente corposa che ha perso molta importanza con la morte del padre e padrone Nano Bignasca: mi riferisco chiaramente a quanto gravita attorno al Mattino della Domenica. Chi si sta imponendo è un area più, passatemi il termine semplicistico, liberale. Costoro, assieme a qualche imprenditore pipidino, e a una nuova generazione di liberali-radicali privi della forza teorica del liberalismo e anche a un gruppo di amici della socialdemocrazia, fanno, disfano, approvano, bocciano, nominano, vanno a Medeglia, si fidanzano…e oltre non voglio nemmeno saperlo.

Compagne e compagni, intendiamoci, le scelte politiche fatte nei grotti anziché nelle stanze istituzionali non sono una novità in Ticino: la storia del grotto La Rocca di Carasso lo dimostra chiaramente. Negli ultimi anni sta però cambiando qualcosa, e non mi riferisco solamente agli attori parzialmente mutati e ristrettisi a livello numerico, come sottolineavo un momento fa. Oggi la classe dirigente è composta da pochissimi politici definibili tali, ma prevalentemente da semplici amministratori e quindi da persone spinte non tanto da ideali di fondo quanto da una morbosa e fine a se stessa necessità di arraffare cadreghini, appalti e presunta gloria. Emblematica in questo senso è la deriva del Partito Socialista, che nonostante perda voti in quanto partito, riesce a nominare magistrati e direttori nelle Scuole Medie Superiori con numeri mai visti prima. Questo grazie al ruolo di commensali di alcuni suoi rappresentanti a qualche tavolo buono. Mi duole doverlo dire, ma se ci fosse ancora il Partito Socialista Autonomo, non potrebbe che ritenere dei dilettanti i dirigenti del PST, a suo tempo criticati per essersi fatti inglobare dal consociativismo partitocratico.

In questo triste contesto, care compagne e cari compagni, noi siamo tra i pochi che possono portare qualcosa di diverso. Per farlo dobbiamo però impegnarci senza riserve, studiare, contribuire al rafforzamento e alla crescita del Partito in maniera attiva: proponendo, criticando, mettendo la faccia e facendo tanta fatica. Il Partito Comunista, a differenza di tutti quelli che citavo prima, può distribuire solamente oneri e può promettere solo poche ore di sonno in cambio di molto sudore. Abbiamo però qualcosa che nessun altra forza politica può avere. I comunisti hanno la volontà di cambiare questa società, di combattere le magnaccerie e le ingiustizie. Soprattutto lo facciamo - e badate bene, dobbiamo continuare a farlo - senza alcun interesse dettato dalla saccoccia.

Il compagno Gianfranco Bellini, a cui abbiamo deciso di dedicare le tesi congressuali per la vicinanza e la simpatia che esprimeva nei nostri confronti, oltre naturalmente a tutti i consigli che ci ha dato, soprattutto in termini d'analisi economico-finanziaria (il suo campo di lavoro e passione di una vita), durante uno dei molti momenti spesi con lui a discutere e a spaccarci il cervello sulla crisi economica, sulla Cina, sui partiti dello stato, mi disse: "voi comunisti ticinesi siete pazzi: vi siete scelti il ruolo più difficile nel paese più difficile". Forse aveva ragione, ma - e avviandomi a concludere questo discorso - vorrei aggiungere ancora una frase di Gianfranco, che mi restò impressa: "il compito di noi comunisti è quello di studiare e di tenersi pronti a fare i becchini del capitalismo, sapendo di non poter sbagliare, perché non avremo molte occasioni". Compagne e compagni, vuol dire che dobbiamo capire le contraddizioni del sistema, lavorare per farle emergere e quindi tenerci pronti a essere una reale alternativa capace di imporsi.

Le tesi congressuali vanno proprio in questa direzione e sono convinto che - assieme a una discussione che oggi spero sia il più approfondita e proficua possibile - possano essere un tassello fondamentale per il futuro di questo partito.

Concludo quindi, mandando un saluto a Gianfranco, che purtroppo ci ha lasciato un anno fa, e auguro a tutti un buon congresso.

 

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