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Scritto da Segreteria Politica   
Giovedì 07 Novembre 2013 10:19

Documento politico per il 22° Congresso Cantonale

a Gianfranco Bellini (1952-2012)

Consolidare il Partito; diventare un’alternativa reale a sinistra

A – Individuare le caratteristiche di fase dello sviluppo imperialista

1 – Le tesi del nostro 21° congresso (novembre 2011) contengono una elaborazione strategica su una serie di questioni non contingenti, di cui confermiamo in toto il valore e di cui troviamo conferma negli sviluppi della situazione globale e locale dell'ultimo periodo. Lo sviluppo della produzione in una dimensione internazionale ha determinato nell’ultimo trentennio e determina tuttora profondi mutamenti anche sulla classe lavoratrice, soprattutto dei paesi del centro imperialista (come la Svizzera). Il riconoscimento di una “aristocrazia operaia” (Lenin) con privilegi sociali ed economici (rispetto ai lavoratori dei paesi periferici) ma che oggi iniziano ad essere erosi dalla crisi, non può essere elusa da una seria analisi marxista della realtà: tale situazione pone problemi politici, come l’accettazione da parte di questa parte del proletariato di scelte xenofobe, nazionaliste quando non esplicitamente militariste.

2 – La crisi economica attuale è profonda, strutturale e sistemica. Ad essere in crisi sono i meccanismi stessi di accumulazione e di riproduzione capitalistica, coinvolge non solo gli Stati in prima persona (tramite il debito pubblico) ma investe l’intera economia della triade imperialista (USA, UE, Giappone). Da una situazione del genere si potrà uscire da destra (autoritarismo e nuovi fenomeni di fascismo istituzionalizzato) o da sinistra (con riforme di struttura, se non veri e propri movimenti rivoluzionari). La crisi può produrre rapidi sconvolgimenti, non solo in campo economico e sociale, ma nelle organizzazioni politiche e nelle istituzioni statali stesse. Uno sbocco progressivo della crisi dipenderà però solo da come agiranno i soggetti politici e sindacali a cui stanno a cuore i valori del socialismo, da quanto saranno organizzati e da come sapranno intercettare – con una adeguata linea di massa – il sentimento popolare.

3 – La crisi non è solo economica, ma anche politica ed investe persino le basi della democrazia e della coesistenza pacifica fra nazioni diverse, nonché delle relazioni sociali, di genere ed ambientali. La potenzialità distruttrice del capitalismo è sotto gli occhi di tutti: prima lo si è capito con la contraddizioni finanziarie, ora lo si vede con le contraddizioni belliche. Da qui sorge la necessità della prospettiva del socialismo, con la consapevolezza che essa comporta una lunga fase di transizione che sarà diversa paese per paese, regione per regione. E per quanto lontano possa sembrare tale processo di transizione, è fin d'ora necessario individuare le tappe concrete e possibili per avanzare in questa ottica. Compito dei militanti comunisti svizzeri e ticinesi è quello di collegare la radicalità della prospettiva socialista con il realismo di un programma minimo, concreto, pragmatico e credibile per il nostro Paese, ma anche non scordare le connessioni internazionali con cui obbligatoriamente si è collegati nel mondo contemporaneo.

4 – La fine del modello fordista ha cambiato l’ispirazione di fondo delle politiche economiche e sociali. Nel fordismo l’aggregazione sociale era formata dalla concentrazione di lavoratori (il lavoratore “massa”) in un unico luogo di lavoro, la grande impresa. Lì si definivano le relazioni sociali e si creava un’appartenenza al soggetto collettivo (anzitutto di tipo sindacale, ma anche partitico). Si interagiva col territorio, si costruiva aggregazione, solidarietà di classe, ecc. Oggi invece, anche a seguito del crollo dell’URSS e all’elemento di paragone con le garanzie sociali dei paesi dell’Est, lo stato sociale viene costantemente smantellato e tornano di voga forme di beneficenza caritatevole e di volontariato mutualistico, che sopperiscono alle mancanze imposte allo Stato dal neo-liberismo con la nuova etichetta di “austerity”.

5 – La ristrutturazione capitalistica parcellizza quindi la composizione di classe, cancella diritti universali restituendoli alla disuguaglianza del libero mercato. Si determina una situazione di egemonia del “pensiero unico” che cancella le differenza di classe, che ripresenta come valido il modello neo-corporativo e interclassista. La rappresentanza politica della classe lavoratrice è resa più difficile da tale frammentazione della società: moltiplicazione dei soggetti, delle posizioni contrattuali, delle figure professionali, imponenti fenomeni migratori che determinano mutamenti demografici ed una crescente etnicizzazione del mondo del lavoro, ecc. In questo contesto assume un carattere da non sottovalutare la problematica della cosiddetta “aristocrazia operaia” che abbiamo già indicato precedentemente.

6 – Il sistema capitalistico è forzatamente in continua evoluzione, in quanto le sue contraddizioni intrinseche – su tutte la caduta tendenziale del saggio di profitto dalla quale si generano le crisi di sovrapproduzione – portano alla ricerca delle controtendenze che permettono di superare le crisi: il semplice allargamento della sfera d'influenza del capitale, l'uso sempre maggiorato di capitale fittizio (non derivante cioè da un processo produttivo di ricchezza) e la distruzione di capitale. Le conseguenze più dirette portate da tali tentativi di “evasione” dalle proprie contraddizioni sono la tendenza a formare monopoli; la crescita dell'importanza del settore finanziario rispetto all'economia reale; la distruzione di determinati tessuti economici, del territorio, dell'ambiente, fino addirittura, alla distruzione di vite umane attraverso la prassi guerrafondaia dell’imperialismo. Questa continua mobilità del capitalismo, non può che costringerci ad essere particolarmente attenti nello studio della sua evoluzione, evitando di adottare delle risposte politiche conseguenti a un’analisi errata della fase storica in cui viviamo, come invece troppo spesso è avvenuto nel movimento comunista internazionale (e nel nostro stesso Partito) spesso affannato e colto alla sprovvista sugli avvenimenti.

7 – Nelle tesi del 21° Congresso del 2011 si è presa in analisi, come abbiamo ricordato poco sopra, la modifica strutturale del capitalismo occidentale al termine dei cosiddetti “Trenta Gloriosi”. È stata identificata la problematica della disgregazione della classe operaia, conseguentemente allo spostamento della maggioranza della produzione reale dal centro imperialistico alla periferia subalterna. Questo epocale cambiamento non vuole certo negare l'esistenza odierna del proletariato nel mondo occidentale, sempre che per proletariato si intenda il più marxiano dei significati, ovvero coloro che non detengono i mezzi di produzione e sono costretti a vendere la propria forza lavoro per vivere. Quanto invece si è fortemente ridimensionato, è l’operaio in tuta blu, a causa dello spostamento dei grossi siti produttivi in luoghi in cui la manodopera ha un costo più basso ed è quindi più facilmente sfruttabile. Ciò non impedisce, come già indicavamo nel 2011, che nuclei consistenti di classe operaia siano individuabili in settori legati a un certo tipo di produzione, come nel caso dell’industria militare (RUAG, ecc.) e dell’industria tecnologica ad alto valore aggiunto (AGIE, ecc.). I nuovi proletari sono però oggi anche i figli della stessa piccola borghesia rimasti privi di occupazione, sono i lavoratori salariati precari e le nuove identità lavorative (i cosiddetti falsi indipendenti) che lavorano da soli o in unità produttive estremamente ridotte, magari persino prive di ogni forma di elementare sindacalizzazione. E sono anche gli intellettuali emarginati dal mercato del lavoro e persino da quello culturale omologato alle esigenze del mercato, ecc.

8 – La contraddizione tra capitale e lavoro e quindi lo sfruttamento capitalistico restano elementi centrali della nostra analisi. Se nei paesi del centro imperialista, come la Svizzera, riscontriamo dei seri peggiormente delle condizioni di vita e di lavoro dei salariati, esse sono tuttavia migliori di quelle dei lavoratori dei paesi subalterni e usati dall’imperialismo come mercato di sbocco. Il plusvalore accumulato dalla borghesia imperialista sfruttando le periferie, le permette una minima politica di ridistribuzione della ricchezza in Occidente: una parte degli operai può così godere di un relativo miglioramento delle proprie condizioni sociali, che deriva però dal fatto che altri operai in altri paesi risultano iper-sfruttati. La finalità di dividere i lavoratori è dunque compiuta creando quella che Lenin identificava come “aristocrazia operaia”.

9 – L'esigenza di trasformazione sociale non produce automaticamente coscienza e organizzazione politica: così dicevamo all’inizio del documento politico dello scorso Congresso. Ebbene, la cosiddetta “aristocrazia operaia” non si concepice come classe, ma come insieme di individui che devono tutelare il proprio tenore di vita, a tutti i costi: la grave frattura che sopraggiunge quindi fra lavoratore del centro imperialista e lavoratore della periferia subalterna assume tratti profondi che possono addirittura spingere la classe operaia occidentale a sostenere ipotesi fasciste e guerrafondaie contro i propri fratelli del sud del mondo. Tale situazione appare ancora più grave con la crisi senza precedenti che stiamo attraversando e con lo sviluppo vertiginoso dei BRICS in primis, ma del mondo non occidentale in generale. Per questo occorre dare priorità come Partito Comunista al discorso anti-imperialista e a una nuova prassi internazionalista che riavvicini i popoli e non favorisca la corsa alla guerra che si sta osservando: le minacce imperialiste alla Siria e alla Corea Popolare sono in realtà messaggi chiari a Russia e Cina che frenano l’espansionismo degli USA e di un’Europa incapace di acquisire un profilo autonomo.

10 – È possibile identificare l'attuale fase come capitalismo finanziario di Stato, in quanto è proprio questa entità sovrastrutturale che oggi domina la fase di produzione di capitale, il quale è prevalentemente fittizio e creato soprattutto per mezzo del debito pubblico e la creazione di moneta ad esso corrisposto. Il termine finanziario è inoltre giustificato dal fatto che la grossa fetta del capitale prodotto, conseguentemente alla costituzione della già citata fase capitalistica, viene impiegato nell'economia finanziaria e non in quella reale.

11 – Il capitale creato dallo Stato viene poi regalato ai ricchi privati nelle più svariate forme: il modus operandi più evidente al quale si è assistito negli ultimi anni sono i salvataggi a fondo perso delle banche. Si pensi alla Svizzera, dove nel 2008 la Confederazione è intervenuta nel salvataggio di UBS con lo sborso di 60 miliardi, senza che questi fossero vincolati a una determinata strategia aziendale e senza che nemmeno potessero essere soggetti a un referendum popolare; negli Stati Uniti il maggior beneficiario dei contributi di "salvataggio" è stata la banca Goldman Sachs, la quale ha poi registrato nel 2009 l'utile più consistente della sua storia più che secolare; caso forse più radicale è quello di Cipro, dove i soldi sono stati direttamente prelevati dai conti correnti dei cittadini, bypassando addirittura lo specchietto per le allodole costituito dalla leva fiscale. Questo meccanismo anziché produrre degli investimenti nell'economia reale assorbe progressivamente quote sempre maggiori del capitale effettivo esistente, impedendone la rigenerazione e sviluppando così il processo di finanziarizzazione e quindi di ulteriore sviluppo del capitale fittizio.

12 – Una delle principali caratteristiche del capitalismo finanziario di Stato, che ha permesso l'instaurazione della nuova fase capitalistica, è la riduzione della progressività delle aliquote fiscali. I cosiddetti sgravi fiscali, tutti naturalmente a vantaggio dei ricchi, hanno creato dei buchi nelle contabilità pubbliche, i quali sono forzatamente stati coperti con l'aumento del debito pubblico, il quale viene comprato da quei medesimi ricchi a cui sono andati i benefici delle manovre fiscali, i quali beneficeranno così non solo di sconti sulle imposte, ma pure sui tassi d'interesse che la collettività gli dovrà versare per l'acquisto del debito pubblico. Siamo quindi di fronte a un doppio regalo, il quale mostra la natura del capitalismo finanziario di Stato e ne giustifica la definizione.

13 – Occorre specificare inoltre che una lettura originale della crisi economica odierna, ancora poco diffusa a sinistra e fra gli stessi economisti marxisti, è relativa al fatto che essa sia prevalentemente una crisi di sovrapproduzione di capitale fittizio e, conseguentemente, essa assurge a crisi del ruolo principe degli USA nell'economia internazionale (in particolare a livello monetario). La crisi dell'euro e dell'Europa sono quindi un riflesso della problematica principale, ovvero il progressivo venir meno del ruolo degli Stati Uniti - e del loro dollaro - quali detentori della valuta internazionale di riferimento. Gli USA sono al momento schiacciati dall'esplosione delle proprie contraddizioni da un lato (si pensi ad esempio al fatto che la finanziarizzazione della società abbia portato via così tante risorse all'economia reale, che una città come Detroit – capitale mondiale dell'automobile – ha dovuto ufficialmente dichiarare la bancarotta), e dall'emergere dei BRICS – in particolar modo la Cina – i quali sono comunque parzialmente divenuti potenze internazionali sfruttando le medesime contraddizioni del capitalismo imperialista (si pensi al ruolo del capitale fittizio nell'accumulazione primaria di capitale nella Cina denghista e odierna).

B – Sviluppare la strategia del Partito di quadri con vocazione di massa e nel contempo radicare il Partito sul territorio

1 – Dal quadro generale descritto dal nostro ultimo Congresso e ribadito nei punti precedenti, quali l’effetto disgregatore del precariato e della delocalizzazione delle filiere produttive, si denota come il tessuto sociale sia caratterizzato effettivamente da una avanzata polverizzazione di classe e da svolte politiche inedite (ad esempio la componente di “aristocrazia operaia” presente storicamente nella base leghista di fronte alla mutazione del partito; oppure lo smarrimento della sinistra ecologista di fronte alla linea dei vertici del loro partito, ecc.). La disgregazione di cui sopra, assieme alle nuove identità professionali, a fenomeni di telelavoro, ai piccoli artigiani e ai falsi indipendenti, confermano che quanto abbiamo ragionato nelle discussioni dell’ultimo Congresso è reale. Ma ciò non ha effetti unicamente a livello della struttura economica e conseguentemente sull’organizzazione del Partito in questo ambito, bensì riguarda anche la sovrastruttura ideologica dominante. Una questione prioritaria è infatti il senso del collettivo: la crisi della partecipazione politica e l’autoreferenzialità delle istituzioni borghesi sta infatti crescendo anche nel nostro Paese, seppure non siano a livelli di totale perdita di credibilità come in altre realtà europee. Ciò crea un individualismo diffuso, un arrivismo indecente, un consumismo culturale che favorisce visioni anti-politiche di massa, soprattutto fra i giovani, facilmente strumentalizzabili della destra.

2 – La teorizzazione del “partito leggero” degli ultimi anni ha prodotto delle trasformazioni che non riteniamo affatto positive: da un lato ha trasformato i partiti o in meri apparati elettoralistici o in ben peggiori partiti personali. Il Partito Comunista mantiene invece ferma la volontà di costruire a tappe (perché riconosciamo i nostri limiti attuali) un’organizzazione di stampo leninista che favorisca al massimo l’aggregazione sociale, la formazione politica, la discussione partecipata ma ordinata, l’attivazione e il coinvolgimento dei militanti nell’azione. Solo un simile partito può essere utile al conflitto sociale, motore dell’edificazione della società socialista. Dobbiamo assolutamente evitare che la militanza si trasformi – come è stata per lunghi anni nel nostro Partito – in una mera adesione passiva tramite tesseramento o che si riduca alla propaganda elettorale ad ogni chiamata alle urne. Il Partito Comunista deve costruire soggettività e identità politica e avere come priorità il proprio radicamento sociale, esso va inoltre organizzato secondo le regole del centralismo democratico, capace di coniugare la più ampia discussione della base con la sintesi operata della direzione centrale e la sua applicazione a tutti i livelli.

3 – In passato, ma non per conscia scelta ideologica e organizzativa, eravamo paradossalmente un partito di massa privo di massa, ma anche privo di quadri che sapessero porsi in maniera adeguata verso la massa. Una strategia, questa, che abbiamo modificato in modo chiaro durante l’ultimo Congresso, orientandoci a costruire non un partito di massa, ma anzitutto un partito di quadri che avesse però sia una “funzione di massa” (cioè che sapesse parlare già sin d’ora alla massa) sia una “vocazione di massa” (cioè che si ponesse nell’ottica di costruire, in una tappa successiva, un partito di massa). Il Partito è chiamato a continuare su questa via, sia consolidando i propri quadri politici, sia consolidandosi in quanto organizzazione di avanguardia. Non è possibile tuttavia escludere che l’interesse nei confronti del Partito Comunista possa crescere anche a livello popolare già attualmente: la crisi della socialdemocrazia e le svolte moderate fra gli ecologisti potrebbero facilitare una tale situazione, come peraltro abbiamo potuto parzialmente già constatare negli ultimi tempi. E’ evidente che se tali richieste giungeranno non potremo rifiutarle, anzi andranno subito valorizzate. Sarà quindi importante già adesso sviluppare le sezioni territoriali, preparare dei momenti di formazione adeguati per chi proviene da esperienze politiche diverse (o da nessuna) e valutare di costruire momenti di discussione e di scambio con i vertici del Partito.

4 – Per noi la necessità resta ancora di puntare prioritariamente sulla qualità della proposta politica piuttosto che sulla quantità dei membri, ribadiamo per questo la linea del partito di quadri con funzione e vocazione di massa. Il partito di quadri non è però una realtà testimoniale con tendenze “gruppettare”, ma è un partito che, seppure numericamente non immenso, sa organizzare una presenza efficace dei suoi quadri nella società, nel sindacato, nell'associazionismo, esercitandovi un influenza che di fatto, a quel punto, sarà di massa. Rientra qui in modo preponderante il concetto di “egemonia”, il quale è da intendersi in senso gramsciano (che declina quello leniniano) e cioè come la capacità dei comunisti di essere alla guida della società civile (che è l'insieme non solo dei rapporti di produzione e di scambio ma anche dei più generali rapporti sociali).

5 - Non esiste nessuna seria organizzazione comunista che non sia radicata nella classe: non si può formare alcun quadro marxista-leninista se non si fanno i conti in prima persona con questa necessità nella militanza quotidiana e nella concezione del mondo. Siamo consapevoli che viviamo in un’epoca di forte disgregazione materiale indotta della riorganizzazione produttiva e sociale, ma a ciò si deve rispondere con un forte ruolo della soggettività nei processi di rilancio del conflitto di classe. In questo senso il carattere della militanza è relativo ai quadri che devono ricercare la qualità della proposta e dell’analisi, senza avere la pretesa, ancora, di coinvolgere nel Partito le grandi masse. Ciò non ha però nulla a che vedere con una chiusura d’élite, quanto piuttosto la condizione necessaria per sviluppare poi processi larghi di organizzazione. Ogni tesserato dovrebbe essere quindi un militante attivo e ogni militante deve essere tesserato ad almeno un’altra organizzazione, di qualsiasi natura, sindacale, ambientalista, ecc. per moltiplicare la presenza del Partito Comunista in ogni campo della vita sociale.

6 – Ogni volta che un partito è debole in termini politici e organizzativi deve mettere l’accento sull’affermazione della propria identità e ideologia e sull’accumulazione di forza attraverso la denuncia politica multiforme e attraverso le sue parole d’ordine strategiche. Ma quando il Partito si rafforza esso deve esercitare il ruolo di direzione responsabile per assicurare lo sbocco politico concreto. Noi ci troviamo ancora nella prima fase, ma ciò non toglie che negli ambiti in cui agiamo con una certa dimestichezza possiamo già tentare di andare oltre.

7 – L’adesione identitaria è servita inizialmente per evitare la liquidazione del Partito in un indistinto calderone socialdemocratico (1991) e, successivamente (2007), per ricostruire un partito con una linea politico-ideologica chiara. Ora occorre però gradualmente favorire un’adesione di altro genere al Partito: non solo aderire indistintamente alla causa del socialismo, ma assimilare una visione marxista e di classe della realtà, acquisendo così la capacità di orientarsi autonomamente in ottica rivoluzionaria. Continuare a favorire solo un’adesione identitaria favorirebbe infatti l’insorgere di indecisione, di demoralizzazione e di rassegnazione. L’adesione identitaria al Partito deve essere certamente un punto di partenza, ma occorre fare passi avanti acquistando una concezione marxista del mondo e sviluppando così la coscienza di classe fra i lavoratori. Il tesseramento al Partito come forma di organizzazione va potenziato non già in un’ottica di massa, ma bensì con l’obiettivo di attirare a noi le intelligenze che sono attualmente limitate al piano intellettuale e cultuale, quando sarebbero invece estremamente utili se fossero inserite organicamente in un progetto politico di trasformazione sociale. Il Partito deve quindi valorizzare gli studenti e favorire la loro organizzazione e la loro capacità di connettersi con la classe lavoratrice.

8 – Per miglioraci nell’ottica del consolidamento dell'attuale situazione del Partito e conseguentemente al proseguo del suo processo di crescita, occorre che vi sia la piena comprensione del ruolo che i comunisti possono svolgere nell'odierna società ticinese e svizzera, con un occhio sempre attento su quelli che dovranno essere i nostri compiti domani. E’ imperativo conoscere pertanto la storia, le scelte strategiche e tattiche, nonché le metodologie di lavoro sia del nostro Partito sia delle altre organizzazioni della sinistra di trasformazione sociale che operavano sul nostro territorio in passato, analizzandone gli sviluppi e le contraddizioni. Una realtà ringiovanita come quella del Partito Comunista non può sottrarsi dalla necessità di imparare dalla storia. Tale esercizio è senz'altro impegnativo e non potrà essere ascritto unicamente agli impegni immediati del Partito, ma andrà coltivato continuamente, così da poter costruire e mantenere aggiornata con sempre più precisione quella gramsciana ricognizione storica e territoriale, indispensabile per la progressiva costruzione di una nostra egemonia culturale. Ciò non potrà che essere, assieme a un impianto formativo ideologico strutturato, uno dei nostri punti di forza, soprattutto considerando lo smarrimento d'una strategia che da più di vent'anni è in corso nella quasi totalità dell'area progressista. Il ruolo della teoria e dell’analisi di fase è uno dei terreni su cui la sinistra ha perso: l’oblio da parte dei successori del Partito Socialista Autonomo (PSA), delle Organizzazioni Progressiste Svizzere (POCH) e di altre esperienze minori, di un pensiero forte come il marxismo, ha prodotto la miseria ideologica dell’oggi, dove la sinistra e i sindacati agiscono spesso con un riformismo povero, estremamente debole sul piano progettuale, privo di visione strategica, del tutto subalterno alla cultura borghese e al consociativismo istituzionale elvetico.

9 – Nell’ottica di radicare il Partito sul territorio e favorirne al massimo la penetrazione sociale vediamo tre aspetti (elencati qui non per ordine di importanza) su cui concentrarci: a) migliorare l’operatività delle sezioni regionali con attività regolari e una migliore comunicazione fra centro e periferia del Partito, e in questo ambito va sostenuta anche l’azione della sezione romanda “Léon Nicole”; b) nei singoli comuni occorre estendere capillarmente la rete dei referenti che fungano da persone di contatto per la sezione regionale nei comuni e nei quartieri; c) sviluppare l’autonomia dei Dipartimenti tematici del Comitato Cantonale sulla base di quanto andremo ad esporre sul finire di questo documento.

10 – Ribadiamo la necessità di costruire nuovi spazi di aggregazione sociale come uno degli elementi del radicamento che consente al Partito di disporre di sempre più estese “antenne” attraverso le quali percepire i problemi delle fasce popolari coinvolte e organizzarle. Tali spazi devono essere una delle principali rivendicazioni dei comunisti perché fungono da contraltare culturale all’individualismo e alla mercificazione dello svago. E tuttavia dobbiamo evitare che questi siano controllati da elementi clericali e istituzionali, altrimenti diverranno un luogo di controllo sociale, di conformismo e di omologazione, problemi che riscontriamo in modo marcato in una buona fetta delle nuove generazioni. In tal senso il ruolo della Casa Gabi a Locarno non può venir meno: formare una associazione degli amici di Casa Gabi è il primo passo per sfruttare al massimo tale spazio, aprendolo sul quartiere e alla popolazione, soprattutto ai giovani.

C – Attualizzare il processo di “normalizzazione” dei comunisti in funzione della costruzione di forme di unità popolare!

1 – Il processo di “normalizzazione” teorizzato all’ultimo Congresso è assolutamente valido e merita di essere continuato: in questi ultimi anni i comunisti hanno migliorato man mano la loro immagine, facendosi riconoscere come una forza politica seria, affidabile e inserita a pieno titolo nel dibattito politico democratico del Paese. Questo impegno non può però dirsi concluso, va quindi ancora accentuato. Si tratta, non ci stancheremo mai di ripeterlo, di “normalizzare” la percezione del partito marxista-leninista, ma non quello di liquidare la nostra storia e la nostra identità rivoluzionaria per farci omologare nel sistema e ridurci a una mera forza socialdemocratica.

2 – In momenti di crisi, la borghesia facendo leva sul forte smarrimento delle fasce popolari, riesce a manipolare movimenti di protesta legittimi. Essi si sviluppano così con concezioni sbagliate e controproducenti. I comunisti anziché ritirarsi dove c’è la destra, devono cercare di inserirsi nelle contraddizioni e capire come strappare di mano la direzione della lotta, così da non lasciare la popolazione in balia delle forze conservatrici e reazionarie. Naturalmente ciò ha un senso se i temi che caratterizzano la mobilitazione sono da noi condivisi, se esiste la possibilità di coniugarli in un’ottica progressista e se esistono margini effettivi di agibilità politica. Questo modo pragmatico di porsi, pienamente compatibile con il processo di “normalizzazione”, permette di entrare in contatto con le ampie fasce popolari spoliticizzate e spesso disilluse dalla partitocrazia e dallo stesso movimento sindacale e iniziare a porre le basi per l’egemonia culturale proposta da Gramsci.

3 – La destra sostiene naturalmente tali movimenti popolari per portare a casa vantaggi elettorali oppure per fomentare contrapposizioni all’interno della classe lavoratrice (come la “guerra fra poveri” contro immigrati e frontalieri) e quindi manipolare i lavoratori (o altre fasce sociali) al servizio di scontri di potere tra fazioni diverse della borghesia. Nel limite del possibile non dobbiamo fermarci davanti alle etichette di chi promuove le mobilitazioni, perché lasceremmo la popolazione nelle mani di questi signori. Non bisogna quindi partire con slogan roboanti chiedendo l’esclusione della destra dalla lotta o proponendo rotture rivoluzionarie, poiché a causa della nostra scarsa influenza e dell’incomprensione saremmo noi a venir emarginati: occorre invece partire dalle rivendicazioni che sono alla base del movimento popolare e man mano creare intorno a noi un clima di fiducia, da cui potremo far notare le contraddizioni politiche di chi da un lato sta in piazza e nel contempo sostiene le pratiche che dice di voler combattere (nella nostra realtà la Lega dei Ticinesi è un esempio di tale ambivalenza).

4 – Noi siamo comunisti e di sinistra, ma non ci identifichiamo con il termine “estrema sinistra”: non c’è nulla di estremista in quello che proponiamo, anzi! Il Partito Comunista deve concepirsi come partito di governo che non è al governo: un partito che sappia dare soluzioni ai problemi concreti della popolazione e non limitarsi a decantare slogan rivoluzionari privi di senso per le grandi masse. C’è invece una certa cultura gruppuscolare, movimentista di una certa sinistra presuntamente radicale (in realtà fortemente segnata da concezioni piccolo-borghesi e ribelliste) felice di essere marginale e che non si pone nell’ottica di costruire un’ampia unità di popolo e che non accetta un lavoro anche fatto di compromessi all’interno delle contraddizioni della società capitalista che vogliamo superare. E’ quell’estremismo denunciato come malattia infantile del comunismo da Lenin che occorre avere sempre presente.

5 – Occorre quindi ricostruire un pensiero forte della sinistra, un socialismo del XXI secolo capace di adattare il marxismo-leninismo ai cambiamenti che contrassegnano la società contemporanea. Un rilancio degli ideali comunisti è insomma necessario purché non sia né un farsesco “remake” bolscevico, né un facile “nuovismo” che predica l’abbandono di presunte “incrostazioni ideologiche” che renderebbe la vita del Partito un’azione appiattita sul presente e senza prospettive di trasformazione sociale reale. Ciò che è necessario è, al contrario, il tentativo di tornare a collegare il marxismo-leninismo alla vita di tutti i giorni della maggioranza degli individui. Un compito difficile ma nel contempo facilitato dal progressivo inasprirsi della lotta di classe e della nuova suddivisione del mondo in gruppi geopolitici contrapposti, in cui il ruolo avanzato della Cina socialista e dei BRICS rappresenta una grande speranza di pace.

6 – Il trend negativo di una socialdemocrazia incapace di ringiovanirsi e sempre più invischiata in interessi di “cadrega” non pare destinato a mutare; così come la svolta a destra impressa dai vertici degli ecologisti sempre più collocati al di fuori del fronte progressista. Le forze della sinistra radicale sono inoltre ancora troppo deboli per essere autosufficienti in una prospettiva di resistenza allo smantellamento sociale e di lotta per i diritti. Quello che oggi manca, a sinistra, non è solo l’impostazione strategica per il socialismo, ma un progetto serio di società: occorre smettere di vivacchiare alla giornata per costruire invece un’unità d’azione coordinata e pianificata. E’ necessario costruire un’unità popolare fra operai, studenti, ma anche professori, casalinghe, disoccupati, migranti: la capacità di mobilitazione dimostrata dal popolo svizzero per salvaguardare le pensioni (referendum LPP) e contro lo strapotere dei manager (iniziativa Minder), per quanto parziale e contraddittoria, va valorizzata per costruire un’unità d’azione di sinistra che ponga inizialmente come pilastro unitario la lotta concreta ad ogni forma di “austerity” e che successivamente venga impostata per progredire nelle tappe di un processo rivendicativo e di attacco, e non solo difensivo e volto al “meno peggio” inserito magari in una deleteria ricerca del consociativismo immobilista elvetico. Ecco che un Partito Comunista, “normalizzato” come intendevamo nel nostro ultimo Congresso, cioè inserito nella quotidianità dei problemi della popolazione e non percepito come setta di fanatici nostalgici, può mettersi a disposizione in modo credibile per dare inizio a un processo unitario e plurale e su questa base anche ragionare sulle alleanza in vista di futuri appuntamenti elettorali. Il Partito, insomma, attraverso una serie di organismi di massa (sindacali, culturali, editoriali) e politici (sezioni, gruppi sui posti di lavoro e di studio, dipartimenti tematici, coordinamento dei consiglieri comunali, ecc.) amplia il sistema di alleanze fra settori sociali diversi e ne dirige le lotte. Oggi più che mai vale il concetto leninista di “separarsi dai riformisti per allearsi coi riformisti”. I comunisti, infatti, pur favorendo i processi di aggregazione progressista (che abbiamo dimostrato saper perseguire responsabilmente ogni qual volta se ne fossero presentate le condizioni), non devono mai perdere di vista la necessità di costruire e rafforzare il Partito Comunista come soggetto politicamente, organizzativamente e ideologicamente indipendente.

D – Sbocchi concreti di lavoro

1 – Quale progetto di società futura ha il Partito Comunista? Che cosa intendiamo quando parliamo di socialismo in una realtà come quella elvetica e nel XXI secolo? In che modo costruire un partito capace di sapersi muovere con abilità e con coerenza senza finire né in un processo di socialdemocratizzazione opportunista da un lato, né in un estremismo parolaio e folkloristico dall’altro? Sono tutte domande che meritano risposte approfondite, anche perché non è possibile semplicemente utilizzare delle formule autoreferenziali che abbiamo ereditato dal passato: il nostro Partito ha abdicato a questi compiti di rinnovamento creativo del marxismo-leninismo per troppi anni e ora deve riflettere con serietà sul proprio impianto politico, ideologico e organizzativo per poter diventare un attore non solo credibile ma pure incisivo nella sinistra del nostro Paese. Il primo obiettivo da raggiungere è l’elaborazione di un programma d’azione sul più ampio numero di tematiche d’attualità; a ciò dovrà poi necessariamente seguire (probabilmente in un Congresso appositamente convocato) una riflessione sul modello di società cui aspiriamo e sulle modalità da adottare per raggiungerla. Non si tratta di velleitarismo: semplicemente non vogliamo finire come ampia parte della sinistra ticinese, incapace di porsi nell'ottica della costruzione di progetto di società alternativa, finendo in tale modo per ragionare solo in funzione dell’ordinaria amministrazione, come peraltro vediamo in molti comuni in cui lavoriamo assieme alla socialdemocrazia. Proprio queste ultime esperienze unitarie ci mostrano come l’obiettivo unico della socialdemocrazia ticinese non sia di modellare la propria azione concreta in funzione di una strategia socialista, ma semmai di aggiustare il tiro dell’agenda politica borghese, cercando di orientarla in modo leggermente più sociale. Un progetto perdente in sé, non solo perché fuori tempo massimo (soprattutto nel contesto di crisi sistemica dell’Occidente di cui abbiamo parlato), ma anche in quanto si basa su una concezione piccolo-borghese della realtà sociale ed economica, così come della morale e della cultura. Il che spesso risulta umiliante anche nell’ottica del riformismo.

2 – Per poter aspirare a una trasformazione sociale occorre che il Partito sia ben strutturato e organizzato. In questo ambito la forma partito e le regole leniniste non sono affatto messe in discussione, ma occorre migliorarle e approfondirle, adeguandole alla nostra realtà, dopo gli anni del liquidazionismo di cui siamo stati vittime, rendendo il Partito adatto alle sfide e alle esigenze di oggi. In modo particolare le sezioni territoriali vanno ridefinite: a) la sezione del Sottoceneri va al più presto divisa fra Luganese e Mendrisiotto, favorendo un lavoro di prossimità con le base in entrambe le zone; b) l'attività della sezione Locarnese va estesa, sfruttando al meglio la disponibilità della sede; c) vi è una necessità di rianimare e riorganizzare la sezione Bellinzonese. Il legame fra sezioni e Comitato Cantonale deve essere più intenso, anche per garantire un corretto centralismo democratico che non può esistere senza un serio coinvolgimento della base. In secondo luogo si dovrà procedere a una maggiore autonomia fra le sezioni del Partito e quelle dell'organizzazione giovanile: i due livelli sono chiamati sicuramente a interagire, ma i giovani necessitano di forme organizzative distinte nel rispetto della loro autonomia. I Gruppi sono indicati nello statuto, ma non esistono di fatto da decenni. Non riteniamo fattibile svilupparli senza prima una rete di sezioni funzionanti, e tuttavia si potrebbe già valutare forme di organizzazione di base sui posti di lavoro o, soprattutto, vista la composizione attuale del Partito, in alcune scuole e università (dove però va tenuta in considerazione la presenza del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti che per i comunisti rimane una struttura unitaria da favorire e non da ostacolare per interessi di partito).

3 – Il Partito d’avanguardia dovrebbe essere organizzato principalmente in cellule militanti sui luoghi della produzione (cioè sui luoghi del conflitto capitale/lavoro) e nei luoghi di studio. Un “retaggio” di questa struttura è presente tuttora nel nostro statuto (art. 16) quando ci si riferisce ai “Gruppi”. Attualmente questi ultimi sono però “ibernati”, in quanto da un lato disponiamo di troppi pochi militanti in singoli posti di lavoro e dall’altro nelle scuole riteniamo strategico lavorare all’interno del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA). Il Partito di massa è, per contro, organizzato principalmente in sezioni territoriali su base geografica. Ciò in funzione anche del ruolo elettorale sempre più preponderante che i partiti operai assumevano nella fase storica successiva alla Seconda Guerra Mondiale. Tale è in parte ancora la situazione attuale, almeno finché considereremo la partecipazione alle elezioni (quelle comunali in particolare) come un tassello importante della nostra azione politica. Il 21° Congresso del nostro Partito ha optato per una struttura per così dire “ibrida”: un partito di quadri (quindi tendenzialmente d’avanguardia) ma con funzione di massa. Occorre pertanto favorire una riforma anche di tipo organizzativo al nostro interno, che permetta al Partito di operare non solo geograficamente su un territorio, ma anche in modo più mirato da un punto di vista politico, una sorta di “via di mezzo” fra la sezione geografica e la cellula di entità produttiva. Non possiamo tuttavia rivoluzionare di colpo il nostro modus operandi, un passo avanti qualitativo dal lato organizzativo e quindi politico è però, senza dubbio, nelle nostre possibilità. Tale “via di mezzo” va identificata nella fase attuale nei “Dipartimenti tematici” in cui è stato suddiviso il Comitato Cantonale dall’ultimo Congresso e che attualmente sono ancora in una fase di rodaggio che stenta a decollare. Occorre che ciascun militante attivo sia organizzato non solo nella rispettiva sezione geografica, ma anche in un Dipartimento tematico rispettando le sue attitudini e i suoi interessi. Questa doppia organizzazione non aumenta necessariamente il carico di lavoro dei membri, ma lo potrebbe anzi razionalizzare (e concretizzare) a favore dell’avanzata politica e organizzativa del Partito. Oltre a ciò, una tale riforma permetterebbe una decentralizzazione equilibrata del lavoro, un coinvolgimento importante dei militanti di base e una migliore democrazia interna. Non vogliamo un partito di funzionari, quanto piuttosto un partito di militanti e quindi bisogna scoprire le qualità che esistono in ogni individuo, sapendo collocare ognuno al posto che meglio risponde alle sue attitudini. I Dipartimenti sono diretti di regola da un responsabile (membro del Comitato Cantonale del Partito), sotto la cui responsabilità dispone di un certo numero di militanti (membri e simpatizzanti) che deve coinvolgere nel lavoro, nell’analisi e nell’elaborazione di proposte. Con una certa regolarità (ogni due mesi?) i Dipartimenti si potrebbero riunire in riunioni cantonali per sentire opinioni o realizzare progetti che poi sarebbero riferiti in Comitato Cantonale, cui spetta ogni decisione operativa.

4 Lo sviluppo del Partito passa anche attraverso la trasformazione della nostra concezione e azione del e nel lavoro economico. In questa società capitalista non può esistere un’organizzazione che non sviluppi a un livello consono e sufficiente un’attività economica finalizzata a raccogliere le risorse necessarie al funzionamento del Partito e quindi garantire il lavoro politico. Si tratta di un campo importate peraltro proprio per affermare l’autonomia ideologica e organizzativa dei comunisti, che non possono naturalmente dipendere solo dal finanziamento pubblico ai partiti o pensare di contrastare l’egemonia borghese con la sola autotassazione degli iscritti (che difficilmente dispongono di redditi e patrimoni elevati). Dobbiamo ragionare concretamente su come condurre il lavoro economico in modo offensivo, così da non lasciare in mano l’iniziativa alla borghesia, e giocando sul terreno delle contraddizioni del capitalismo. L’influenza culturale borghese in questo ambito si esprime nel concepire l’attività economica sul piano esclusivo del rapporto mercantile, di compravendita e quindi, sul piano della cooperazione internazionale, anche di tipo neo-coloniale. L’influenza clericale spinge invece a vedere il tutto come atto caritatevole. Occorre al contrario che noi si sviluppi una morale comunista anche in questo settore, favorendo ad esempio dei progetti di cooperazione “win-win” privi di dipendenza imperialista e nell’ottica del rafforzamento di quell’accumulazione primaria di capitale prevista da Marx come condizione per la costruzione del socialismo. Il nostro Partito può sicuramente dare un contributo importante in questo settore anche grazie alle ottime relazioni con i paesi socialisti e anti-imperialisti che stanno emergendo economicamente nel contesto di un nuovo ordine multipolare a livello geopolitico e geoeconomico.

5 – Il nostro lavoro culturale continua costantemente, ma è ancora insufficiente rispetto alle nostre potenzialità. Dobbiamo intensificare la nostra attività di promozione della cultura anche solo nelle nostre stesse fila, nell’ottica di formare i quadri del Partito che saranno poi il futuro della Sinistra ticinese. Questa attività diventa fondamentale per contrastare l’intossicazione culturale e ideologica della borghesia attraverso i suoi mass-media di consumo, le sue organizzazione di massa eterodirette e la scuola (in cui ai docenti saranno sempre più imposti dei “bavagli”). Occorre che il Partito funga dunque da organizzazione educatrice, che permetta alle compagne e ai compagni di estendere i propri orizzonti, sviluppando il pensiero critico marxista. Attualmente i militanti che vogliono formarsi finiscono ancora troppo spesso per lavorare da autodidatti con una forte dispersione di energie. Occorre sistematizzare i corsi di formazione sia ideologici che politici che già il nostro Partito organizza e completarli con iniziative culturali di più ampio respiro, che sappia coinvolgere altri settori della sinistra e gradualmente anche le fasce popolari non direttamente politicizzate a sinistra. In questo senso va vista la creazione di un’associazione culturale legata al Partito, la pubblicazione di #politicanuova e lo sviluppo del portale di critica sociale Sinistra.ch. La collaborazione su specifiche iniziative culturali e storiche che si è vista durante l’ultimo anno con il centro culturale “Il Rivellino” di Locarno, la possibilità di intensificare le sinergie con l’Istituto di Storia del Pensiero Contemporaneo (ISPEC) e la decisione di alcuni nostro compagni di lanciare il Centro Svizzero di Studi sul Capitale Fittizio (CSSCF) dimostrano di un lavoro già in corso del nostro Partito in questo senso, che occorre ora analizzare a fondo e inserire in un più chiaro e consolidato progetto strategico.

6 – Il discorso sindacale va ripreso: lo diciamo da tempo ma non ci siamo finora riusciti, in parte comprensibilmente vista la struttura sociografica dei nostri militanti. Per i comunisti tale terreno di lotta non può però essere tenuto in disparte. Come dicevamo durante il nostro ultimo Congresso occorre costruire dal basso un percorso che non limiti l’azione sindacale al posto di lavoro ma che la intrecci con il tessuto urbano e sociale circostante per creare fronti ampi a tutela dei diritti sociali. Questa situazione, che abbiamo visto nel 2008 alle Officine FFS di Bellinzona, deve a nostro avviso diventare la regola, non solo perché innalza il livello di scontro con la classe dirigente e coinvolge la società civile in un processo che consente la crescita della coscienza di classe, ma anche perché impedisci derive corporative nel movimento sindacale stesso, in Svizzera già estremamente compromesso con lo Stato. Il recente incontro (giugno 2013) fra la segreteria del Partito e i vertici della Federazione Sindacale Mondiale (FSM) sono di ottimo auspicio: iniziando a gettare le basi di una antenna svizzera della FSM inizialmente dedita alla trasmissione di informazione, potremo in futuro ragionare sulla costruzione di una corrente inter-sindacale di lotta. Nel frattempo sarà utile invitare i nostri membri a sindacalizzarsi, a partecipare attivamente alla vita sindacale e a connettere in rete tutti i militanti sindacali tesserati o simpatizzanti del Partito.

7 – Il Partito Comunista si trova ancora in un momento di transizione per quanto concerne il suo blocco sociale: i giovani costituiscono innegabilmente uno dei nostri referenti sociali più consistenti e dobbiamo ancora insistere in questo ambito. In questo senso occorre continuare a porre dialetticamente in relazione i diritti sociali (trasporti pubblici gratuiti, il salario minimo per tutti i lavoratori compresi gli apprendisti, la parificazione delle vacanze fra studenti e apprendisti, ecc.) con i diritti civili che spesso attirano di più questa fascia importantissima della popolazione (la depenalizzazione delle droghe leggere, la creazione di centri giovanili autogestiti, l’abolizione del servizio militare obbligatorio, ecc.). In tal senso la riforma interna della Gioventù Comunista come organizzazione ampia a sinistra e operative su campagne tematiche va nella giusta direzione. Il tema dell’esercito, che riguarda da vicinissimo i giovani, continua ad assumere una valenza centrale, nonostante la votazione del settembre scorso: esso è uno dei pilastri del potere borghese, del controllo sociale contro il nemico interno (cioè potenzialmente noi e i movimenti sindacali e progressisti), dell’indottrinamento allo status quo, all’omologazione culturale che può portare anche a scenari pericolosi per la pace e per gli stessi diritti democratici.

8 – La proposta di lanciare una corrente comunista all’interno del Partito Svizzero del Lavoro ipotizzata all’ultimo Congresso è fallita: le differenze di analisi e di metodo sono ormai molto forti anche fra chi opera nel solco del marxismo-leninismo. L’ostruzionismo della Direzione in carica fino a settembre 2013 è stata poi talmente devastante da aver rappresentato il colpo di grazia per un partito già moribondo e in mano a macchiette assolutamente prive di senso politico. Da parte nostra operiamo affinché il PSdL si trasformi in una federazione di partiti cantonali, oppure riconosca al Partito Comunista del nostro Cantone un’autonomia regionale per tutta la Svizzera Italiana. In caso nessuno di queste condizioni siano adempiute sarà necessario convocare una Conferenza d’organizzazione che prenda in considerazione pure la fuoriuscita dal PSdL: non è fattibile infatti mettere a repentaglio il lavoro serio e consolidato che stiamo facendo in Ticino per affondare con la zavorra di un partito nazionale irriformabile. Peraltro esiste nella nostra realtà una questione nazionale ancora irrisolta legate alle enormi difficoltà (sempre celate dalla classe dirigente) a mantenere unito il Paese: appare quindi probabilmente necessario un serio processo di riforma del federalismo elvetico che potrebbe portare a modifiche delle forme organizzative dei partiti stessi. La volontà del nostro Partito di procedere con una fusione con il Partito del Lavoro del Canton Grigioni attivo praticamente solo nella Mesolcina in un unico Partito Comunista della Svizzera Italiana potrebbe essere un elemento pionieristico da non banalizzare.

9 – Il Partito deve sviluppare al più presto un programma anti-crisi che riprenda la campagna dello “scudo sociale” lanciata qualche anno fa. Al momento, accanto all'opuscolo sulla crisi della Piazza finanziaria di Lugano, vi è il solo capitolo sulla “Tassa dei Milionari”, che non perde di attualità, anzi! Un programma che sappia dare risposte serie alla crisi economica e sociale non servirà solo a chiarire la proposta politica dei comunisti, ma potrà essere utile nell’ottica di costruire non solo l’unità popolare di cui abbiamo già parlato, ma anche più banalmente capire chi ci sta a lavorare concretamente per i salariati e le fasce popolari secondo un paradigma sinceramente riformatore, da cui peraltro potranno anche emergere forme di coalizione elettorale.

 

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