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La Svizzera entra nell’Euro? No, grazie! PDF Stampa E-mail
Scritto da Mattia Tagliaferri   
Mercoledì 30 Novembre 2011 00:00

Contributo del compagno Mattia Tagliaferri, responsabile del Dipartimento di Politica nazionale e membro di Segreteria del Partito Comunista.

I paesi che fanno oggi ufficialmente parte dell’Eurozona, vi sono entrati con un particolare entusiasmo popolare a partire dal 1999 – data in cui l’Euro ha cominciato a circolare sui mercati finanziari – e il 2002, momento in cui la moneta unica europea è stata realmente immessa in circolazione. Questi erano anni in cui il capitalismo finanziario occidentale ancora viveva un momento di particolare spinta, in quanto era riuscito a rigenerarsi – proprio tramite la finanziarizzazione e la delocalizzazione nell’est Europa – dalla crisi di sovrapproduzione degli anni Settanta. Allora il sistema era improntato prevalentemente sull’industria e aveva trovato nuovi sbocchi di mercato, atti all’espansione del capitale, con la vittoria della Guerra Fredda da parte del blocco atlantico.

Oggi è assodato che a giovare dall’operazione uscita dal trattato di Maastricht del 1992, sia stato sostanzialmente il solo capitale germanico, in quanto si è diffuso l’ex Marco tedesco al resto del continente, permettendo alla Germania di diventare il paese con la “valuta imperiale di riferimento” (gli altri paesi europei, in particolar modo quelli mediterranei, hanno infatti vissuto un’iperinflazione – in Italia il mercato reale ha parificato 1000 delle vecchie Lire a un Euro – con una conseguente diminuzione del potere d’acquisto della classe lavoratrice, che ha a sua volta portato a una diminuzione della domanda aggregata interna). Questo processo nasce proprio per creare una valuta che sia coprotagonista del potere del Dollaro – qui si mostrano le prime avvisaglie di un conflitto interimperialistico, giunte ora a un livello altissimo a causa della crisi partita nel 2008 – come risposta al deprezzamento dello stesso a partire dalla crisi degli anni Settanta.

L’Occidente vi uscì sostituendo il sistema monetario basato sulla parità aurea (il “gold exchange standard”) con un sistema in cui il riferimento è proprio il Dollaro, per cui l’andamento di qualsiasi moneta è da leggere nel suo rapporto con il Dollaro, cosa che ha portato a gravi fenomeni inflazionistici in Europa e in Giappone. In pratica con l’Euro si è andati a riprodurre il medesimo sistema, ma con al centro l’ex Marco tedesco. Oggi la crisi del debito sovrano sta dilaniando l’intera Europa e l’esistenza stessa dell’Euro è messa in discussione proprio da quella Germania che tanto ha guadagnato con la sua introduzione. Proprio per questo nessun governante potrebbe pensare di avere il sostegno popolare per entrare nell’Eurozona: a scegliere però di salire su una barca che sembra affondare è stata proprio la Svizzera.

La decisione di bloccare il valore di cambio del Franco con la moneta unica, ha di fatto sancito l’adesione ai trattati di Maastricht ed è come se oggi la Svizzera facesse parte dell’Euro. Naturalmente il Consiglio federale (CF) e la Banca Nazionale Svizzera (BNS) hanno fatto passare questa misura come se fosse qualcosa di straordinariamente necessario affinché le esportazioni elvetiche non vadano macerandosi.

Non è però mai stato spiegato che l’Euro è una valuta fondata sulla fissazione del cambio tra la stessa e le varie valute nazionali; l’avere realmente l’Euro tra le mani è in pratica una mera convenzione di comodità commerciale, atta a voler velocizzare gli scambi, ma non è certamente indispensabile.

Ora che la Svizzera è di fatto, non de jure, entrata nell’Euro, la banca centrale di riferimento è la Banca Centrale Europea (BCE) di Francoforte e non la BNS, la quale ha ben poca autonomia nelle scelte di politica monetaria, proprio a causa dell’ancoraggio del Franco alla valuta europea, dalla quale la Svizzera dipende totalmente. A causa di questa dipendenza, madre Elvezia vede portarsi via tutti i giorni ingenti risorse liquide, utilizzate nell’acquisto degli Euro necessari a coprire il differenziale creatosi tra il reale cambio di mercato e quello arbitrariamente deciso da BCE e BNS.

Per diritto di informazione va però detto che il CF e la BNS si sono di fatto trovati nella condizione di operare in questa maniera, a causa delle fortissime pressioni internazionali che sono piovute a Berna dall’Europa e dagli Stati Uniti: in particolar modo con la questione del segreto bancario, il cui contenuto è stato rinegoziato con degli incontri bilaterali avvenuti con tutta una serie di paesi. Non va però dimenticato che a monte vi sono i problemi causati dalla presenza elvetica nelle liste nere dei paradisi fiscali determinate dall’OCSE.

Le cause di queste pressioni partono dalla rottura degli accordi di Bretton Woods, sancita nel 1971 con l’accordo Smithsonian Agreement, che ha segnato la rottura dei rapporti di cambio fisso tra le monete (1973). Il regime di cambi variabili che ne è derivato, ha la necessità di mantenere solide riserve di valuta estera, per sopperire alle oscillazioni di mercato. Questo non vale però gli USA, che sono il produttore diretto della principale moneta di cambio; essi infatti hanno una riserva pari a 143 miliardi di Dollari, contro i 289 della Svizzera, i 472 della Russia, gli 840 di Eurolandia, i 1138 del Giappone e i 3200 della Cina.

Il vantaggio che gli USA traggono da questa situazione, è di non doversi dotare di difese contro la speculazione anti-Dollaro; tuttavia la Federal Reserve (Fed) è riparata da un eventuale pericolo di penuria delle monete con il Central Bank Liquidity Swap (CBLS), che ha il seguente funzionamento: la Fed presta Dollari alle altre banche centrali, le quali prestano a loro volta alla Fed lo stesso quantitativo nella rispettiva moneta, basandosi sul cambio del momento. In una data precedentemente stabilita, le parti si restituiscono il prestito considerando il valore di cambio iniziale, azzerando così i rispettivi prestiti, ma non facendo però un’operazione a somma zero. Se infatti le banche centrali non USA prestano a loro volta i soldi ricevuti dalla Fed ad altri stati o a società ricevendo un tasso di interesse, dovranno girare gli introiti alla Fed stessa. La cosa non vale però per la banca centrale USA, la quale può quindi prestare questi soldi gratuitamente.

Il gioco non funziona però più a causa dei sempre più seri dubbi circa la tenuta del Dollaro stesso –  indebolito dall’esagerata immissione nel mercato finanziario, con l’intento di foraggiare sia gli istituti bancari illiquidi sia i numerosi fronti bellici aperti.

Così i capitalisti statunitensi e detentori di liquidità in Dollari in tutto il mondo (il 40 % della liquidità americana infatti è, secondo la Federal Reserve, circolante all’estero) sono spinti a cambiare i Dollari con delle valute più stabili. La principale di queste monete rifugio è il Franco, che subisce appunto forti pressioni proprio a causa dello spazio finanziario che porta via al Dollaro, facendo perdere di valore lo stesso e vanificando così lo schema del CBLS.

Morale della favola, la Svizzera è, volente o nolente, entrata nell’Euro (altro che neutralità, democrazia semi diretta e antieuropeismo di destra) e rischierà di pagare dazio con rischi inflazionistici.

Certamente lo scenario svizzero non è preoccupante quanto quello della vicina Italia che, al momento in cui la Germania dovesse cambiare l’assetto della moneta unica, si troverà nella zona Euro di serie B, con serie ricadute sulle ingenti riserve auree, guarda caso proprio quando si prospetta un ritorno a un periodo monetario di incertezza, conflitti commerciali e finanziari,  simile a quello precedente l’accordo di Bretton Woods del 1944. Infatti nel settembre 1931 si vide una svalutazione della Sterlina e la sospensione della convertibilità in oro. Gli Stati fecero di tutto per mantenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti, praticando ripetute svalutazioni competitive e imponendo un crescente numero di dazi sugli scambi commerciali. Il fallimento della conferenza di Londra del 1933, convocata per cercare di stabilizzare i cambi tra le principali monete è significativo. Il risultato è un tracollo del commercio internazionale, che continua a manifestarsi anche in occasione della relativa ripresa del secondo quinquennio degli anni ’30. Ancora nel 1937 l’export inglese raggiunge appena i 2/3 di quello del 1929.

La rinascita del Marco sarebbe in pratica la ripetizione degli accordi del Plaza del 1985, con la sola Germania a rivalutare per dare fiato agli Stati Uniti, visto che il Giappone questa volta ha ben altri problemi interni, e soprattutto ha già pagato per quegli accordi una stagnazione ormai ventennale.

Nello scenario di un distacco repentino della sola Germania dall’Euro (magari accompagnata da alcuni paesi, come l’Olanda e la Finlandia), tutti gli altri paesi che mantenessero la moneta unica potrebbero usufruire di una “svalutazione competitiva” piuttosto consistente. Un “neo Marco” sarebbe quindi fatalmente proiettato verso tassi di cambio molto alti, sia nei confronti del Dollaro sia nei confronti dell’Euro, e probabilmente anche nei confronti del Renmimbi, la “moneta del popolo” cinese ancorata al dollaro. (1 renmimbi = 0,115757687 Euro).

Certamente la Germania di oggi – vero motore del sostanziale equilibrio commerciale dell’area euro, a cui contribuisce con un astronomico saldo positivo di 197,8 miliardi di Dollari – potrebbe far fronte ad una rapida ascesa dei prezzi delle proprie esportazioni: beni di lusso, automobili, utensili,  meccanica di precisione, tutte cose che richiedono tempo per essere rimpiazzate dalla concorrenza. La recente svolta “pro cinese” dell’economia tedesca ha inoltre impresso una significativa accelerazione dell’esportazioni verso l’economia più in salute del pianeta, e l’inerzia di questa spinta durerà probabilmente a lungo. Dunque, per la Germania una rapida rivalutazione sarebbe percorribile, anche se probabilmente non auspicabile.

Quale sarà invece  la sorte della Svizzera in questo scenario? Seguirà la Germania nella sua corsa verso le stelle o rimarrà ancorata al vecchio Euro?

Nel primo caso, l’attuale politica della banca centrale sarà immediatamente vanifica, a tutto discapito delle nostre esportazioni. Nel secondo caso, potremmo assistere ad una decisa perdita di credibilità presso i detentori di capitali internazionali, con il conseguente deflusso degli stessi verso la più “appetibile” Germania. Certamente, una saggia politica sarebbe quella di mantenersi in una via intermedia tra l’”Euro nord” (il nuovo Marco) e l’”Euro sud” (il vecchio Marco/Euro). Una cosa è certa, l’attuale “ancoraggio” all’Euro non faciliterà le scelte per una politica di necessaria indipendenza monetaria e di equidistanza. Il nostro Paese potrebbe trovarsi così a scegliere tra la ricchezza di pochi banchieri e il progressivo impoverimento dei restanti cittadini, o la fine del ruolo di “rifugio finanziario globale” con tutte le conseguenze del caso. Proprio un bel risultato, cara BNS.

Come diceva Luttwak: in politica, amore e business non ci sono sorprese, ci sono solo sorpresi. Purtroppo la BNS e tutti noi rischiamo di essere tra i sorpresi dell’evoluzione della crisi finanziaria del Dollaro.

 

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