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La questione ambientale nella ex-DDR PDF Stampa E-mail
Scritto da Giulio Micheli   
Domenica 02 Ottobre 2011 23:11

Giulio Micheli nel capitolo seguente - estratto dal suo libro "Il Muro di Berlino: una frontiera archiviata troppo rapidamente. Bilancio critico della Germania socialista" (2010) - propone una introduzione alla problematica ambientale nei paesi del "socialismo reale" in particolare nella Germania dell'Est.

Nel 1991, sul finire del “socialismo reale”, l’organizzazione ambientalista “Greenpeace” sul proprio giornale parlava di un “Ecocidio all’Est” e sosteneva: “Come l’URSS, tutti i paesi dell’Europa dell’Est sono malati pure nel loro ambiente. Ognuno di essi conosce una crisi ecologica senza precedenti” (André Ruwet, “Ecocide à l’Est” in: Greenpeace, Nr. 1, 1990, pag. 9).

La già severa constatazione degli ecologisti veniva confermata con maggiore durezza dal “Time”, secondo cui: “i problemi ecologici sono parte integrante del socialismo poiché si dà importanza esclusivamente a un livello di produzione il più elevato possibile. (…) le questioni ecologiche sono state messe a parte nella corsa all’industrializzazione. (…) I burocrati dell’industria sono stati per lungo tempo valutati – e retribuiti – unicamente in termini di produzione netta” (Dick Thompson, “The Greening of the USSR”, in: Time, 02.01.1989, p. 42).

Pare, insomma, stando a queste due fonti iniziali, che l’industrializzazione sia stata il maggiore “crimine” dei paesi socialisti, come se essa non fosse esistita con drammatiche conseguenze anche in Occidente.

Il bilancio ecologico dei paesi dell’Est, e fra essi della DDR, è in realtà più dialettico e maggiormente equilibrato. Anzitutto non va dimenticato come i paesi socialisti siano stati i primi al mondo ad adottare una vasta legislazione relativa all’ambiente e nella DDR essa era sancita addirittura nella Costituzione (vedi: Protection de l’environnement – Informations, faits et chiffres sur la RDA, Panorama DDR, Berlino, 1980, pag. 53). Tali leggi – che testimoniano un’attenzione precoce del governo di Berlino Est per le problematiche dell’ecosistema, non erano affatto blande, ma in alcuni casi (soprattutto nel periodo del cosiddetto “revisionismo moderno”) non sono state applicate a regola, e questo per rispondere ad esigenze dell’economia.

L’inquinamento era un problema reale, ma spesso lo si generalizza in modo azzardato: insistendo sulla situazione di emergenza ambientale venutasi a creare nel centro industriale di Lipsia nella DDR, ad esempio, si evita di ricordare che tali regioni “non costituiscono che una piccola parte della superficie del paese, mentre vaste regioni dell’Europa dell’Est sono praticamente inviolate” (Alexander Kempeneers e Didier Bette, “Le bilan écologique des pays socialistes” in: “Etudes Marxistes”, Nr. 51, luglio 2000). Ad esempio nella DDR le zone protette rappresentavano circa il 20% della superficie totale del paese e in esse si trovavano specie animali e vegetali che nel resto del mondo si erano estinte.

Un altro aspetto interessante da affrontare è quello del riciclaggio che vede i paese socialisti all’avanguardia: nel 1988 in DDR il 75% dei rifiuti plastici veniva riciclato a differenza, ad esempio, della regione delle Fiandre in Belgio, dove stando ai dati del 1997 dell’associazione dei consumatori locale la percentuale si attesta intorno ad un misero 18% (“Openbaar onderzoek uitveringsplan huishoudelijke afvalstoffen” in: “Bond Beter Leefmilieu”, 1997).

I problemi di fondo dell’industria nell’Europa dell’Est influivano però in generale negativamente sull’ambiente e questo anche con una certa responsabilità dell’Occidente: le importazioni di alte tecnologie ambientali dai paesi capitalisti era ostacolato dal boicottaggio in alcuni casi e dall’impossibilità di pagare in “moneta forte” in altri. Insomma: ad Est si è dovuti partire da zero e la necessità di uno sviluppo economico rapido per poter sopravvivere hanno imposto che, ad esempio, nonostante si inaugurassero nuove fabbriche tecologicamente avanzate, quelle vecchie dovessero continuare a lavorare e ad inquinare: così è avvenuto a fine anni ’50 a Leuna e Buna, in DDR, dove per raddoppiare la produzione si aprirono fabbriche chimiche moderne al fianco di quelle costruite ad inizio del XX secolo. La corsa agli armamenti, di cui abbiamo detto in precedenza, imponeva poi non solo una produttività elevata, ma richiedeva pure che sulla difesa si concentrasse la ricerca tecnologica, piuttosto che ad altri fini sociali ed ecologici.

 

Giulio Micheli

 

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